Musica, mente, anima: la voce degli antichi Greci


di Massimo Raffa >>>

Ci sentiamo giù e ascoltiamo una musica allegra per risollevarci, oppure una triste con cui identificarci? Vogliamo dare il massimo in palestra e ci costruiamo una compilation di musica ‘energetica’ per non sentire la stanchezza? Dobbiamo mandare dei ragazzi in territorio nemico, dentro un carro armato, ad uccidere e farsi uccidere, e carichiamo sui loro lettori mp3 brani come Blaze of Glory di Bon Jovi e Fire Water Burn dei Bloodhound Gang, per abbassare la loro soglia di autoconservazione e i loro freni inibitori morali – tanto il soldato è solo una pistola senza nome, e il nemico è solo un motherfucker che si può lasciar bruciare senza rimorsi? Bene, anche se non lo sappiamo o non lo ricordiamo, ogni volta che ci comportiamo così siamo debitori di personaggi che si chiamavano Pitagora, Damone, Teofrasto. Siamo debitori, anche in questo, degli antichi Greci. Furono loro, infatti, a riflettere per la prima volta su ciò che la musica può fare all’anima; e anche, per contro, su come l’anima genera la musica.

Per essere una musica perduta, che non possiamo più ascoltare se non in pochi, ridottissimi frammenti, e per giunta di interpretazione quasi sempre problematica, quella dei Greci ci ha lasciato una ricchissima eredità. Di certo, i Greci non sono stati i primi a suonare, cantare e danzare; però sono stati i primi, nella civiltà occidentale, a riflettere sulla loro espressione musicale. Ne è derivato un dialogo continuo tra la musica eseguita e la musica pensata – uno dei fenomeni più meravigliosi della nostra storia culturale, che ha toccato non soltanto l’estetica, ma anche la matematica, la psicologia, la medicina, e persino l’etica e la politica. Da un lato stava la performance, che in un’epoca priva mezzi di registrazione del suono, con un sistema di notazione largamente imperfetto e senza un diapason condiviso era quanto di più perituro si potesse immaginare, destinato ad estinguersi con la singola esecuzione; dall’altro stava l’idea di musica come aspirazione alla costruzione di un ordine complessivo del reale, o almeno alla comprensione di tale ordine; come instaurazione o ristabilimento della giusta proporzione tra le componenti del mondo, tanto nell’immensamente grande (l’intero universo nei suoi elementi e nei corpi celesti che lo compongono) quanto nel piccolo (l’anima individuale e il suo rapporto con il corpo). Questo dialogo ha conosciuto fasi alterne, a seconda che l’attenzione si rivolgesse all’uno o all’altro dei due poli. In alcuni ambienti intellettuali, come il tardo pitagorismo e poi il medio e neoplatonismo, la musica era concepita come il luogo in cui si manifestavano proporzioni numeriche belle ed eleganti in sé, ispirate a principi numerologici intrinseci, dei quali la bellezza udibile era riflesso e conseguenza. In altri ambienti, come il pitagorismo più antico e per certi versi la scuola aristotelica, prevaleva invece l’interesse per la relazione tra mousikē e psychē, ossia tra musica ed anima.

Mentre i Pitagorici cercavano di ricondurre le sensazioni di consonanza e dissonanza prodotte dai suoni di una melodia ai caratteri formali di alcuni tipi di relazioni numeriche, un allievo di Aristotele, Aristosseno di Taranto (III sec. a.C.), preferì invece concentrarsi sulla voce umana come archetipo di ogni melos, e su come la voce potesse abbandonare la modalità del parlato per passare a quella del cantato. Per la prima volta, almeno a nostra conoscenza, Aristosseno si rese conto che una melodia non viene compresa se non nel tempo, ossia attraverso una continua rilettura delle parti giù udite, operata dall’ascoltatore a mano che la melodia stessa si sviluppa. Il ruolo di ciascun suono all’interno della melodia si comprende solo alla luce delle sue relazioni con i precedenti e i successivi, sicché non si dà comprensione della melodia senza memoria (mnēmē); ogni melodia è quindi movimento (kinēsis) e il suo significato complessivo si coglie solo alla fine (telos): un po’ come le nostre azioni, anzi forse come la nostra stessa vita. Non a caso, fonti aristoteliche attribuiscono solo alla musica, che è arte temporale, e non, ad esempio, alla scultura o alla pittura, un ‘carattere’ (êthos), cioè la facoltà di poter essere ‘etica’ e ‘mimetica’.

Un altro allievo di Aristotele, Teofrasto di Ereso, pare invece affascinato dalle origini psicologiche della musica: perché la nostra anima decide a un tratto di esprimersi con una melodia e non – o non più – con le semplici parole? L’anima colpita da forti passioni o da ispirazione divina (enthousiasmos), sostiene Teofrasto, pone in essere un movimento; questo movimento può essere di natura melodica (kinēma melōidētikon) e dar luogo alla produzione di una melodia da parte dell’apparato fonatorio. Come esattamente avvenga ciò, il nostro filosofo non spiega nei dettagli fisiologici; sembra però di capire che il passaggio dell’impulso melodico dall’anima al corpo implichi una sorta di ‘traduzione’ da un linguaggio a un altro. Traduzione assai accurata, perché la melodia è fatta di suoni di altezze differenti; e ciascuno di questi suoni viene pensato da Teofrasto non come termine di un rapporto matematico, ossia come elemento di una relazione quantitativa con altri elementi simili, bensì come un oggetto a sé, dotato di una propria ‘caratteristica individuale’ (idiotēs), che lo differenzia dagli altri non sotto un profilo quantitativo ma qualitativo. Non c’è modo di saperne di più, purtroppo. Del trattato teofrasteo Sulla musica, che forse contava tre libri, non sopravvive se non un singolo frammento; e credo non ci sia studioso di musica antica che, studiando quelle poche pagine strappate all’oblio, quasi per accidens, da Porfirio di Tiro (III sec. d.C.), non si sia rammaricato della perdita e non abbia fantasticato, in barba ad ogni acribia filologica, su cosa si sarebbe potuto leggere nel resto dell’opera: la spiegazione di come il movimento dell’anima diventasse movimento della laringe e quindi canto, oppure la definizione della proprietà peculiare di ogni nota di una melodia… chissà.

Ma forse è meglio così. Forse è un bene che il pensiero dei Greci sulla musica, così come i resti delle loro musiche, sia per noi costellato di buchi e zone d’ombra. Sono proprio quelle assenze che ci spingono, ormai da mezzo millennio, a leggere e rileggere ciò che abbiamo, quasi a spremerne la chiave di un’armonia di cui sentiamo ancora il richiamo.

Massimo Raffa insegna materie letterarie, Latino e Greco presso il Liceo “Lucio Piccolo” di Capo d’Orlando (ME). È diplomato in pianoforte e dottore di ricerca in filologia classica e scienze letterarie. Ha conseguito l’abilitazione a professore universitario associato in letteratura greca, filologia classica e tardoantica, musicologia. Si occupa di musica greca antica e, tra l’altro, ha curato per Bompiani la prima traduzione italiana dell’Armonica di Tolemeo con il Commentario di Porfirio (Milano, 2016). Del Commentario ha anche curato una nuova edizione critica per il corpus Teubnerianum (Berlino, 2016). È in uscita il suo volume nella serie Philosophia Antiqua di Brill sui frammenti di argomento musicale del filosofo Teofrasto di Ereso (Boston-Liden-Köln, 2018).

 

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