Uno sgabello per due


di Emilia Cece (>>>)

quello strano rapporto tra Ingeborg Bachmann e Hans Werner Henze.

“Così luminoso è il mondo e così dissennato”[1]
I.Bachmann

Prendiamo spunto dalla revisione de <<l’Idiota di Dostoevskij>> di I. Bachmann che curò il libretto di << Ein monolog der Fursten Myschin zu der Ballettpantomime Der Idiot>> musicato da Hans Werner Henze, realizzato dalla coreografa russa Tatjana Gsovsky a Berlino nel settembre del 1952, successivamente rappresentato nel 1960 con libretto della Bachmann.

Si tratta della prima opera realizzata dalla scrittrice di Klagenfurt assieme all’amato amico Henze, musicista e compositore. Tra loro l’Arte svolse un valore riconosciuto di Terapia contro il dolore di esistere.

Mentre si comprende bene come i due poterono incontrarsi su comuni intenti: temi politici, necessità esistenziali e aspirazioni utopiche. Più enigmatico può apparire il rapporto sessuale tra loro, prossimi ad un matrimonio che svanì per timori inespressi e confusi di Hans.

Dopo la Grande Guerra, gli artisti berlinesi dichiararono la morte dell’arte per dare inizio ad una nuova ricerca artistica votata alla rappresentazione di una verità piuttosto che alla finzione mistificatrice: portare in evidenza la verità dell’orrore e la banalità del male.

In questo clima culturale, tra i due artisti nacque una << fascinazione>> che si tradusse in una urgenza di collaborazione con una breve convivenza ad Ischia nell’estate del 1953, ed ad una strana relazione amorosa (Hans era dichiaratamente omosessuale) importante per entrambi, reduci ognuno da tentativi di suicidio ai quali erano fortunosamente scampati.

  1. Bachmann si lasciò coinvolgere dal teatro lirico verso la ricerca della << sonorità delle parole>> mentre Henze inaugurò un suo percorso verso la <<Musica impura>>, musica contaminata dalla parola che le si accompagna.

La loro produzione, dall’inizio, sembra rappresentare in una sorta di pantomima, la ricerca di una possibile supplenza che scongiurasse il rischio di passaggio all’atto suicidario. Tale effettivamente fu il loro incontro artistico ed il legame nella loro vita.

Il balletto-pantomima che si sviluppa a partire dal monologo, mette in scena come in direzione del Vero può trovarsi del Reale, che perforando il senso, può creare un mondo di cose, compreso uno strano rapporto sessuale fondato su di un artificio. Mostra come nello spazio creato da una voce, possa ex-sistere in una dimensione puramente verbale qualcosa per cui valga la pena di recuperare il corpo muto ad una nuova forma di vita, al movimento.

Lo scopo è raggiunto grazie ad una coreografia originale che fa da cornice alla voce del monologo: << Ich habe das Wort>>, è la dichiarazione dell’esordio, che si snoda in una lirica di apprezzabile intensità, una sorta di << Romanzo Polifonico>>[2] delle tre arti: della musica, della poesia e della danza.

Il recitativo, didascalico senza alcuna base musicale, è affidato ad una voce che irrompe in scena e delinea una area limite che sconfina verso la musica (come celebrazione dell’oggetto perduto) e verso la danza ( come celebrazione del corpo muto sostenuto e mosso come da fili, dalle parole)[3].

Analogamente nelle Memorie del Presidente Schreber : <<…nel linguaggio dei nervi parole vengono ripetute in silenzio e l’uomo fa in modo che i suoi nervi si trovino in quelle vibrazioni che corrispondono all’uso delle parole. …i nervi si è verificato che fossero messi in movimento dall’esterno>>.[4]

La costruzione mette in struttura una coreografia a tre registri dove l’irruzione della voce recitativa del monologo ex-siste fuori campo per tutta la durata, per conferire una consistenza particolare alle parole e legare tra loro diversi possibili orientamenti semantici.

Lo stile, da atto performativo, si colloca così al di là del senso, in una doppia direzione: musica e danza, mentre i tre registri si combinano grazie alla partitura, scrittura che armonizza ed organizza questi pezzi staccati.

L’opera d’arte, come sintomo, può far luce sulla relazione dell’uomo con il significante mettendo in evidenza alcuni aspetti oscuri o enigmatici dell’esistenza, ma il passaggio all’atto realizza effettivamente il soggetto. Qui con il supplemento della voce che irrompe dall’esterno sulla scena si realizza un passaggio logico analogo all’attraversamento di un fantasma.

Sulla scena l’atto è passaggio al gesto della danza, scrittura che dona vita a corpi morti ed abbandonati al silenzio. Le parole muovono in scena i ballerini mentre la musica scorre e tutte le figure allegoriche del romanzo di Dostoiewskji giungono a compimento.

Lacan ci ricorda che qualunque elucubrazione di pensiero gravita intorno all’atto. Sia esso sessuale o no, questo implica sempre la polarità attivo-passivo, che comporta l’addentrarsi in un falso senso. << Si tratta di quella che chiamiamo conoscenza, con una ambiguità: l’attivo è ciò che conosciamo, mentre ci immaginiamo che sforzandoci di conoscere siamo attivi noi>>[5].

La conoscenza invece si dimostra ingannatrice, mostra delle opacità. I due artisti tedeschi, nella pantomima realizzano un appello utopico al Sapere dell’Altro spostando il piano del dire a quello del fare. Attingono così ad un Sapere Altro entrambi, l’uno passando dalla musica impura alla parola poetica, l’altra dalla parola alla musica che cura.

Mentre per F. Dostoewskji L’Idiota è preso nel senso dell’Altro che sfugge ed agisce senza sapere poiché il sapere emerge nel campo dell’Altro, nel monologo di Bachmann invece la voce fuori campo chiama, nomina e conferisce consistenza ai personaggi, tutti fuori discorso, nella solitudine del proprio atto/gesto di scrittura silenzioso.

I sintomi si manifestano come risposte alle questioni del soggetto “sottomesse alla condizione di concretizzarsi in una condotta che ne è la pantomima” [6].

Ne L’angoscia, Lacan evidenzia come la pantomima, possa essere considerata una messa in scena che cerca di mostrare qualche cosa che in fondo ruota attorno a ciò che non si riesce ad afferrare.

In arte, la pantomima è una operazione estetica che mostra con un artificio ciò che ruota intorno all’inafferrabile, per il tempo di una rappresentazione, episodica e contingente.

<< Ein monolog der Fursten Myschin zu der Ballettpantomime Der Idiot>>, toccando il limite della parola poetica tange direttamente la questione del soggetto nel suo passaggio dalla vita alla morte parallelamente a quella dell’arte nel suo passaggio dalla morte alla vita.

Questo capolavoro fu unico sgabello per due artisti, depositario dell’enigma del loro legame (tra la vita e la morte), per una volta confortati dall’atto creativo piuttosto che consegnati all’atto suicidario, per la via di una voce.

Anche in Dante Alighieri, il riconoscimento del corpo dei suicidi è consentito da una voce che sola crea il legame tra realtà terrena e realtà della morte, voce che ri-suona al richiamo del nome proprio.

 

[1] Citazione da Un Monologo del principe Myskin per il balletto pantomima L’Idiota in J. Bachmann , Poesie, Guanda ed. Parma 1987 p. 81

[2] Enza Damiano, Dal polilogo al mono-logo. Pag 6 Between, vol II, 4 Novembre 2012

[3] Nel delirio di Schreber tutto il campo della realtà si sostiene sull’oggetto voce ed è generato dalle parole come fili che muovono il corpo di uomini- burattini

[4] Schreber “ Memorie di un malato di nervi”, Cap V°, Adelphi ed, Milano, giugno 1992, p.66-67

[5] J. Lacan Seminario libro XXIII Il Sinthomo pag 60

[6] ” J.Lacan Il Seminario libro X°, L’angoscia, Einaudi, Torino, 1074 p. 443

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