mousikè – la musica nell’antica grecia

 

di Angelo Meriani >>>

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L’attenzione che negli ultimi decenni si è sviluppata tra gli antichisti verso i fenomeni e i contesti della comunicazione culturale ha portato con sé un interesse sempre crescente nei confronti della musica greca antica. Come è noto, col termine mousikè i Greci indicavano un complesso sistema comunicativo in cui erano inestricabilmente connesse la parola poetica cantata e recitata, il suono degli strumenti (a fiato, a corde, a percussione) e la danza. La parola moderna “musica” corrisponde dunque soltanto in parte, e forse in piccola parte, alla parola antica. L’intera vita sociale dei Greci era piena di mousikè: simposi, feste pubbliche e private, agoni, culti erano altrettante occasioni per l’esecuzione di mousikè, con diversi livelli di partecipazione popolare o di gruppo. Se non tutti, moltissimi erano in grado di cantare e di danzare e, in misura minore, anche di suonare uno strumento. Valga soltanto un esempio. In Atene, tra V e IV sec. a. C., all’esecuzione dei ditirambi, che aveva luogo durante le grandi feste in onore di Dioniso, erano tenute a partecipare rappresentanze corali di tutte le dieci tribù territoriali. Ciascuna di esse doveva curare, ogni anno, la preparazione di due cori, uno di cinquanta adulti e uno di cinquanta ragazzi, che, divisi nelle due categorie, partecipavano a una gara di esecuzione musicale per l’assegnazione del premio finale: in tutto, dunque, non meno di mille persone. Il dato acquista un rilievo ancora maggiore, se lo pensiamo in rapporto al totale di poche decine di migliaia di cittadini. Nonostante nessuno dei coreuti fosse musicista di professione, tutti dovevano imparare a memoria testo, musica e movimenti orchestici di lunghe composizioni, per poi eseguirle in pubblico: e possiamo immaginare che il lavoro di preparazione che precedeva la rappresentazione fosse davvero molto complesso. Il grande evento collettivo delle Grandi Dionisie era però anche l’occasione per rappresentare tragedie, commedie e drammi satireschi: e anche in questi casi molti cittadini dovevano partecipare all’esecuzione musicale e alla danza nei cori. Quanta musica, in quella sola grande occasione, si imprimeva nelle menti di così tante persone! Ma la musica era presente in tutte le feste ufficiali ateniesi, non solo nelle maggiori: e di feste ufficiali, in Atene, ogni anno, ce n’erano veramente molte: gli studiosi ne contano da 120 a 144. Se a queste aggiungiamo le moltissime feste private, quelle legate agli eventi importanti dei gruppi familiari (nascite, matrimoni, funerali), il quadro sarà più completo. Possiamo supporre che anche nelle altre città-stato le cose musicali non andassero molto diversamente.

Nella Grecia antica, dunque, la dimensione del fenomeno musicale era assolutamente pervasiva, e davvero formidabile il coinvolgimento dei cittadini non solo nella fruizione, ma anche nella produzione della musica. Mai più, nella storia occidentale, si è potuto poi registrare un nesso così potente tra la musica e la vita di un’intera comunità politica. È celebre il passo della Repubblica nel quale Platone mette in bocca a Socrate l’idea di un teorico della musica suo contemporaneo, Damone: non si danno cambiamenti nella prassi musicale senza precisi – e importantissimi – provvedimenti legislativi. Peraltro, fin dai poemi omerici, era molto diffusa nella cultura greca la convinzione che la musica fosse in grado di suscitare sentimenti e disposizioni emotive; che l’assuefazione a certi tipi di musica potesse influire sulla formazione del carattere e sul comportamento umano. Certo, questa convinzione non era universalmente condivisa, ma il fatto stesso che fosse occasionalmente contestata non fa che confermare il suo forte radicamento culturale. Questa funzione psicologica, o meglio psicagogica, della musica spiega perché un filosofo come Platone, nel disegnare il suo progetto di uno Stato ideale (nella Repubblica e nelle Leggi) desse così tanta importanza all’educazione e alla pratica musicale nella formazione dei cittadini; e perché un poeta come Aristofane, così attento alla vita politica della sua città, fosse così attento anche alla produzione della musica che vi si eseguiva.

durideNonostante esistesse un sistema di notazione, normalmente la musica non veniva fissata per iscritto, e i canali della sua trasmissione dovettero essere prevalentemente orali-aurali. L’ipotesi è suggerita dalla circostanza che la musica veniva composta per essere eseguita nell’hic et nunc di occasioni ben specifiche, molto spesso determinate dalla committenza, e nelle quali anche l’interprete (specialmente nella musica strumentale) godeva di ampi margini per l’improvvisazione estemporanea: dopo l’evento comunicativo, l’esigenza di fermare una realtà così mutevole e legata al momento doveva essere piuttosto ridotta. Ecco perché di tutta la musica che si eseguiva in Grecia ci sono rimasti soltanto pochissimi frammenti di partiture musicali, di epoca troppo tarda e con troppi problemi di interpretazione per poterci fare un’idea anche solo approssimativa di tutta l’ampia gamma di generi e di stili. Possiamo leggere i preziosissimi trattati di teoria musicale, che però, oltre a riferirsi anch’essi a una realtà piuttosto tarda (il più antico risale al IV sec. a. C.), sono tanto dettagliati nelle spiegazioni e nei tecnicismi quanto avari di esemplificazione pratica. Un campo di indagine molto più promettente è rappresentato invece dal ricchissimo e multiforme corpus di testimonianze e di riflessioni sulla musica, e soprattutto sui suoi effetti: testi letterari, scientifici e filosofici che, come è stato detto efficacemente, ci dànno la preziosa opportunità, a saperli leggere con occhio attento, di «ascoltare la musica antica con l’orecchio degli antichi» (Rossi).

 

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