L’oggetto voce nell’autismo

 

di Chiara Mangiarotti >>>

 

autismo-16-300x202Lo sforzo di immutabilità che caratterizza un soggetto autistico è riconducibile all’impossibilità che caratterizza questa struttura a concepire il linguaggio diversamente da un sistema che si auto-genererebbe da un unico significante. Normalmente il bambino perviene al simbolico attraverso un’esperienza che Freud ha illustrato con il famoso gioco del fort-da, le sillabe con cui il suo nipotino di due anni accompagnava il lancio del rocchetto fuori dalla sponda del suo lettino, scandendone così l’assenza e la presenza. In questo modo il piccolo Ernst cercava di superare l’angoscia causata dall’assenza della madre nominandola.

Per un soggetto autistico, al contrario, il simbolico, anziché passare attraverso il gioco di coppie di opposizione significante (fort/da), si realizza nella ripetizione dell’Uno, in gesti e condotte in cui gli oggetti assumono valore significante – ad esempio la ripetizione di uno stesso battito effettuato con un bastoncino – in quella che con Jacques-Alain Miller possiamo chiamare clinica del circuito[1].

Il rapporto particolare che i soggetti autistici intrattengono con un oggetto elettivo, bastoncino, tazza, radio, ma anche pupazzi e eroi dei videogiochi, e che diventa per loro inseparabile, ci serve da guida in un approccio all’autismo psicoanaliticamente orientato. Tale oggetto costituisce un organo supplementare per questi bambini, che potrà essere incluso in un montaggio del corpo, ogni volta da inventare, come “l’organo che sarebbe adatto al linguaggio nel suo corpo”[2].

La parola assume molto spesso nell’autismo una dimensione di oggetto, soprattutto nel caso di soggetti autistici non verbali. Nella clinica di Jacques Lacan non c’è parola se la voce, una delle possibili declinazioni dell’oggetto a, non è stato estratta, lasciando posto al luogo di enunciazione del soggetto, se la voce non è stata incorporata come “l’alterità di quello che si dice”[3]. Il soggetto autistico è terrorizzato dal godimento insito nella voce in quanto prevede l’incorporazione della voce che farebbe “bordo” con il corpo. I bordi, situati in corrispondenza degli orifizi del corpo, sono per ogni soggetto gli organi di scambio che, attraverso il circuito della pulsione, articolano il suo corpo all’Altro. Il corpo dell’autistico è una superfice priva di bordi, in cui gli orifizi sono chiusi e che, nei casi estremi, presenta quella che è stata chiamata la chiusura a carapace, un neo-bordo.

Éric Laurent ha formulato l’ipotesi che nell’autismo, in mancanza di un tragitto pulsionale che passi attraverso il luogo dell’Altro, il ritorno del godimento avvenga su questo neo-bordo “luogo dove il soggetto è situato, un luogo di difesa massiccia, di pura presenza”[4]. Per spostare questo bordo è necessario affiancarsi al soggetto per “costruire una catena singolare che amalgami significanti, oggetti, azioni e modi di fare, in modo da costruire un circuito che faccia funzione di bordo e di circuito pulsionale”[5].
Per il soggetto autistico, la ripetizione dello stesso suono, dello stesso significante Uno ha un effetto di godimento che, se da una parte sembra alleviare la sua angoscia, condanna il soggetto ad una ripetizione infinita. L’Uno è la “traccia di questo evento traumatico originario che è l’iscrizione del bagno del linguaggio sul corpo. A questo livello, non si tratta di codici, né di messaggi, né di un linguaggio separato dalla lingua. Questo è un livello della lingua in cui gli equivoci abbondano pericolosamente. Lacan, avvicinandola alla lallazione dell’infans, l’ha chiamata lalingua. Il modo con cui il soggetto autistico tratta questa profusione ‘lallativa’ consiste nel volerla ridurre all’Uno della lettera che si ripete, inclusa o no nel campo della parola, vocalizzata o ripetuta in silenzio. L’Uno si ripete, ma senza riuscire ad affrontare la proliferazione degli ‘equivoci reali’ della lingua”.[6]

La chiusura a carapace è anche espressione di una difesa nei confronti del “rumore fondamentale della lingua”[7] cui il soggetto autistico è incessantemente sottoposto a causa della troppa vicinanza con l’oggetto voce non estratto.

In una prospettiva psicoanalitica, per entrare in relazione che non ne vuole sapere di noi, è necessario accostarci delicatamente al soggetto, per sostenerlo nella ricerca di una soluzione particolare che non può che partire dai suoi oggetti “autistici” e dalle sue stereotipie, nel tentativo di spostare il neo-bordo. In questa operazione è necessario che ad ogni inclusione di un nuovo “oggetto” si accompagni l’estrazione di qualcos’altro. Ad esempio, per un ragazzo autistico non verbale che emette suoni inarticolati, all’inclusione di nuovi suoni corrisponde il rilascio di pezzettini di carta nella sua bottiglia di plastica. L’oggetto voce, dapprima emissione vocale senza forma si allontana così dal corpo, entra in uno scambio con l’altro per assumere poi una forma, diventare in-forma[8].

 

[1] J.-A. Miller, Riferimento. La matrice del trattamento del bambino del lupo, in B. Halleux (a cura di), Qualcosa da dire al bambino autistico, Borla, Roma 2011.

[2] É. Laurent, La battaglia dell’autismo, Quodlibet, Macerata 2013, p.46.

[3] J. Lacan, Il Seminario., Libro X. L’angoscia, Einaudi, Torino , p. 300.

[4] Cfr. É. Laurent, p. 72.

[5] Ibid., p. 76.

[6] Ibid. p. 95.

[7] Ibid. p. 97.

[8] Ibid., p. 80.

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