Musica e trance

IL CASO DEL TARANTISMO PUGLIESE

di Ugo Vuoso >>>

 

coroLa relazione  tra musica e stati transitori di alterazione delle attività psichiche (trance, estasi, sdoppiamento o sovrapposizione di personalità, visione, ‘viaggio’ mistico, ecc.) è riscontrabile  nei riti a sfondo terapeutico e religioso di molte culture e società tradizionali., costituendosi come elemento caratterizzante i vari culti di possessione africani e mediterranei, dello sciamanismo euroasiatico e amerindiano, delle pratiche devozionali della mistica islamica e anche di alcuni nuovi riti cristiani.

La relazione fra musica e stati non ordinari di coscienza, già rilevata da Platone e Aristotele,  è divenuta oggetto di ricerca e di approfondimento a partire dalla seconda metà del secolo scorso, quando gli studi antropologici e storico-religiosi sulle tecniche e le religioni “estatiche” (Eliade, Bastide, Lewis ecc.), hanno suscitato  anche un certo interesse di massa, interesse favorito  dalla diffusione di alcune ricerche, come quelle di E. De Martino (e D. Carpitella) sul tarantismo pugliese o di A. Métraux sul vodu haitiano.

Sui cosiddetti ASC (Altered States of Consciousness) e le varie relative “tecniche del sacro” si è sviluppato un acceso dibattito anche in ambiti neurofisologici, psicoantropologici ed etnopsichiatrici (Neher, Ludwig, Tart, Prince, Bourguignon, Zémpleni, ecc.), mentre sulla questione più specifica delle potenzialità della musica nell’induzione di condizioni estatiche o di trance fondamentale si è rivelato il contributo dell’etnomusicologia; in particolare, il noto saggio di Gilbert Rouget su  Musica e trance  (1980) ha proposto una classificazione dei vari fenomeni avanzando precise ipotesi sui rispettivi ruoli che musica, danza, rito e finalità terapeutiche giocano nello “strano meccanismo” dei riti di possessione.

Per alcuni anni, anche a seguito dello studio di Rouget, la discussione scientifica sui rapporti fra musica e stati non ordinari di coscienza è stata molto vivace e ricca di contributi, ma nell’ultimo decennio il dibattito si è progressivamente attenuato, lasciando aperti non pochi interrogativi circa l’effettivo “potere” – puramente emozionale e comunicativo o anche psicofisiologico – della musica all’interno dei vari dispositivi terapeutici e religiosi tradizionali.

Paradossalmente, però, le questioni sollevate si sono riverberate al di fuori degli ambiti scientifici, favorendo indirettamente un proliferare di nuovi fenomeni: dallo sviluppo di particolari tecniche terapeutiche con musica, quali ad esempio la “respirazione olotropica” sperimentata a partire dagli anni ’70 dal medico praghese Stanislav Grof in California, a un interesse crescente delle nuove generazioni occidentali per alcune pratiche coreutico-musicali tradizionalmente connesse alla trance o all’estasi, come ad esempio quelle dei rituali gnawa del Marocco, dei dervisci Mevlevi turchi o del tarantismo pugliese, attualmente oggetto in Salento di un singolare quanto problematico revival .

Il caso del tarantismo

Il tarantismo è “un fenomeno storico-religioso nato nel Medioevo e protrattosi sino al ‘700 e oltre, sino agli attuali relitti ancora utilmente osservabili nella Penisola Salentina. Si tratta di una  formazione religiosa “minore”, prevalentemente contadina ma coinvolgente un tempo anche ceti più elevati, caratterizzata dal simbolismo della taranta che morde e avvelena, e della musica, della danza e dei colori che liberano da questo morso avvelenato.” (Ernesto De Martino, 1961:13).

Nella stagione calda la tarantola poteva mordere una donna (le vittime erano generalmente di sesso femminile), facendola cadere in uno stato depressivo caratterizzato da apatia, perdita di appetito e di energia sessuale. L’unica cura conosciuta per questo male consisteva nello “scacciare il male danzando”. Un gruppo di musicisti, in genere composto da un violinista, un flautista e un percussionista, veniva ingaggiato per recarsi presso il domicilio della tarantata dove passavano in rassegna tutto il loro repertorio cercando di identificare il motivo che avrebbe indotto alla danza la donna apatica e depressa. In molti casi la tarantata usciva di casa con i musicisti al seguito e si recava in piazza, dove gli astanti venivano coinvolti in una danza compulsiva. Musica e danza erano contagiose. Il repertorio musicale comprendeva varianti della forma di danza chiamata tarantella, ma anche canzoni dal marcato senso erotico, carattere che soggiaceva al rito terapeutico conosciuto anche come “carnevaletto delle donne”. I cicli di danze e musiche venivano ripetuti a oltranza per uno più giorni e fino a quando la tarantata non crollava esausta. Il risveglio le consentiva di rimuovere l’accaduto e riprendere la sua vita quotidiana. Contrariamente ad altre esperienze (come è il caso del culto islamico sufi), si credeva che la musica, anziché scatenarla, ponesse fine alla trance.

Bibliografia consigliata:

 

DE MARTINO Ernesto, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Milano, Il Saggiatore 1994  (prima edizione: Milano, 1961).

ELIADE Mircea,  Il sacro e il profano, Torino, Boringhieri 1967

 

LAPASSADE George, Saggio sulla trance, Milano, Feltrinelli, 1980

 

LEWIS  Joan M., Le religioni estatiche, Roma, Astrolabio  Ubaldini 1972

 

MINGOZZI Gianfranco, La taranta. Il primo documento filmato sul tarantismo, ML Edizioni, Roma 2001 (con dvd)

 

MORA G., Male pugliese. Etnopsichiatria storica del tarantismo, a cura di G.L. Di Mitri, Nardò, Besa 2000.

 

DI MITRI G.L. (a cura di), Tarantismo. Transe possessione musica, Nardò, Besa 2016.

ROUGET Gilbert, Musica e trance, Torino, Einaudi 1986.

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