Musica, Psicoanalisi, Neuroscienze

Sinergie e funzioni nel legame sociale

Emilia Cece >>>

La psicoanalisi, come è noto, ha riservato con sviluppi teorici disparati, un posto centrale al mito dell’oggetto perduto. Per Jacques Lacan, ogni soggetto parlante è effetto del disequilibrio che viene a crearsi per insistenza di un reale silenzioso, residuo dell’articolazione tra bisogno, domanda e desiderio, dell’assoggettamento al simbolico dell’uomo a causa della sua mancanza ad essere1.

E’ proprio a partire da questo disequilibrio che il discorso comune, il parlare, assumono un valore nel legame sociale e nel disagio della civiltà. Seguiremo così l’ipotesi che sia l’arte che la psicoanalisi hanno un ruolo specifico ed una propria incidenza sul legame sociale, mettendo in essere diversamente l’insistenza ripetitiva specifica dell’essere parlante, esplorando i diversi miti di riferimento.

Per Lacan il ritorno del rimosso è il passato che si manifesta rovesciato nella sua ripetizione.2
L’alternanza tra la vita e la morte detta il fluire di un tempo soggettivo che è un tempo mancante proprio nel presente, cesura tra il passato ed il futuro, tra vissuto ed immaginazione, in cui il soggetto resta sospeso, gestendo l’adesso per via inconsapevole, inconscia.

La morte può essere intesa in questo modo come morte del passato che diventa compagna quotidiana del soggetto al quale resta da elaborare l’eterno conflitto tra filia e neichos, tra amore e discordia. I giuochi ripetitivi dei bambini, un po’ come i ritornelli musicali e quelli che si ripetono nelle rime delle poesie, rappresenterebbero un’alternativa al desiderio, un modo specifico di seppellire e di occultare l’oggetto del rimosso evitando di soffrire per l’eterno ritorno, ribaltando un dispiacere in un divertimento (di-vertire è appunto de-vertere, il deviare una via in un’altra direzione).

Se il gioco vocale trasferisce la ripetizione su di un piano di rappresentazione scenica volto a celare il vuoto ivi sotteso, la psicoanalisi si colloca come esperienza piuttosto sul versante del desiderio, tentando di innalzarlo ad una sua potenza seconda in una sorta di pro-vocazione.

Come nei due coni di una clessidra, mentre la musica e le arti possono svolgere una funzione per restituire benessere nel campo intersoggettivo, avendo la funzione di condensare le emozioni divertendo per una via commemorativa le modalità elaborative del lutto, la psicoanalisi si colloca piuttosto nell’elaborazione soggettiva dalla quale in ogni caso derivano effetti di ricaduta sul legame sociale. Come in una clessidra, appunto, il contenuto di un campo si trasferisce continuamente all’altro attraverso un rimescolamento dei contenuti, una sinergia degli effetti.

La musica, infine, tra tutte le arti, è quella che ha maggiore potenza aggregativa, quella più capace di condensare questi effetti emotivi con sorprendenti conseguenze sul legame sociale.

Proprio questo suo posto di predominio offre alla psicoanalisi la possibilità di chiarire, attraverso la musica, diversi concetti e di formulare ipotesi teoriche di grande utilità nella clinica.

L’oggetto perduto della musica: i miti di Pan e di Orfeo ed Euridice.

 

Pan_pursuing_Syrinx_(1615)Pan era una divinità giocosa e spensierata ma non bello, metà capro e metà umano. Si innamorò della figlia del dio fluviale Ladone, una fanciulla di nome Siringa che ne ebbe paura e non lo amò. Piangendo ottenne da suo padre di essere trasformata in canneto per evitare il suo amore, costretta a sibilare nel vento per il resto del suo tempo. Pan ne fu molto addolorato e prese le canne del fiume per farne uno strumento musicale che usò nel tentativo di imitarne la voce e continuare a parlarle. Si narra che di notte egli vagasse tra i campi per cercarla e che continuasse a spaventare chi incontrava incutendo timore <<panico>>.

Orfeo invece era originario di Pieria in Tracia, secondo Erodoto terra di guaritori e sciamani che fungevano da tramite tra il regno dei morti e quello dei vivi ed erano capaci di procurare attraverso la musica uno stato di trance che veniva utilizzato nei riti iniziatici.

800px-DSC00355_-_Orfeo_(epoca_romana)_-_Foto_G._Dall'OrtoCon la lira ed il canto si narra che egli placasse perfino le bestie feroci. La figura mitica fonde elementi del culto apollineo e dionisiaco: il primo promuove le arti umane ed il secondo celebra gli aspetti più legati alla natura ed al culto dei cicli di decadimento e rigenerazione.

Orfeo scese agli inferi nel tentativo di recuperare la sua amata Euridice accidentalmente morsa da un serpente mentre si negava ad Aristeo (figlio di Apollo).

L’impossibile elaborazione della perdita dell’amata, la disperazione provocata dal lutto, spinsero Orfeo ad andare a Cuma per intraprendere la discesa e fare il terribile viaggio nell’Inferi ed accomodandosi su di una bugia secondo la quale chiedeva agli Dei degli Inferi di averla solo per poco, in prestito, per restituirgliela. Egli superò diversi ostacoli avvalendosi del potere incantatore della sua lira e provò a fermare con la sua musica supplizi infernali, come quello inflitto ad Issione ed a Tantalo. Gli fu quindi concesso di portare fuori dagli Inferi Euridice coperta da un velo, nottetempo, ma gli fu ordinato di non voltarsi indietro a guardarla sino a che non fossero giunti fuori dalle porte dell’Ade. Quasi alla soglia, Euridice si era attardata per il dolore alla caviglia che il serpente le aveva morso. Orfeo non lo sapeva e appena vide la luce si voltò verso l’amata, ma ella era ancora nelle tenebre ed Orfeo si trovò, non volendo, a rompere la promessa del noli respicere. Euridice scomparve all’istante ed ingoiata dal buio per l’Eternità.

Tornato sulla terra, Orfeo espresse il suo dolore portandosi sino al limite estremo della capacità artistica. Cantò la rinuncia dell’amore e finì ucciso dalle Baccanti prese dall’ira di fronte alla sua rinuncia, fu fatto a pezzi. La sua testa rotolò nel fiume Ebro e continuò a cantare simboleggiando l’immortalità dell’arte e fornendo appoggio così ad una lettura del mito come mito di fertilità: le parti recise sparpagliate sulla terra rappresenterebbero la capacità di restituire a nuova vita il corpo dopo che aveva provato il freddo ed il dolore della morte, generando la vita nell’alternarsi del ritmo tra stagioni calde e fredde sulla terra.

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In entrambi i miti è evidente come la musica si collochi nella mancanza di un incontro d’amore che avrebbe potuto essere felice, al bordo della mancanza di un incontro tra maschile e femminile, indicibile di un rapporto aggiunge Lacan tra due mondi singolari che richiede il soccorso di forme di linguaggio supplementari.

Nel mito di Pan, inoltre, è evidente come proprio la mancanza della voce, assuma una funzione logica nell’esperienza di separazione dall’Altro, generando l’esigenza creativa attraverso il linguaggio del suono come impulso a ripetere per il resto del tempo ciò che si è mancato.

Il mito di Orfeo colloca il linguaggio musicale in una faglia incolmabile attraverso il linguaggio, strumento non idoneo per struttura a veicolare promessa e verità, da cui scaturisce l’interdizione sancita dal tabù femminile. Entrambi i miti collocano le passioni amorose al limite del regno dei morti e delle tenebre definendo come unica garanzia le risorse dell’immaginazione e della creatività. Nell’evoluzione del Mito, la musica assume una funzione importante poiché supplisce ad una mancanza di legame, rinforzando l’indicibile del rapporto sessuale e veicolando gran parte dei vissuti in un estremo tentativo di tenere in vita la speranza. La musica, è l’estremo linguaggio chiamato a sostenere la scena amorosa.

La psicoanalisi pre-linguistica di Sabina Spielrein: il mito dell’oggetto perduto e le due diverse funzioni del linguaggio.

 

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Sabina Spielrein

Orientata da studi freudiani, Sabina Spielrein tentò di integrare i primi studi di Jakobson con la pratica di osservazione del bambino spingendosi con un certo coraggio in un campo mai esplorato prima.

Al Congresso dell’Aia del 1920, presentò un anticipazione del suo studio intuitivo in cui  descrive diverse forma di linguaggio: verbale, melodico, immaginativo, tattile, mimico, gestuale etc. Tali linguaggi sovrapposti nelle diverse fasi di sviluppo dall’infans all’adulto, prendono assetto definitivo con il sovrapporsi di alcune forme su altre.

Le teorie freudiane, avevano messo in evidenza una divergenza tra linguaggio ed azione: il linguaggio inizialmente sorge come azione nel grido inaugurale della nascita, scarica motoria automatica uguale a quella dell’arco riflesso.

Sabina si interrogava sulle radici autentiche del linguaggio nel reale del corpo distinguendo due forme : il grido (regolato dal principio di piacere secondo lo schema motorio) e la lallazione (che prelude invece al linguaggio verbale comunicativo) destinata alla dimensione sociale nel senso di una protolingua che nella relazione con l’Altro materno assumerà pian piano le forme dettate dalla codificazione.

Il materiale raccolto dall’osservazione del bambino dalla Spielrein, confermò la tesi di una radice autistica della parola. In particolare ella notò che la parola “mamma”, uguale in molti idiomi, ripeteva il movimento delle labbra nella suzione lasciando ipotizzare che la ripetizione sarebbe una vera e propria  azione rivolta alla ricerca autistica del piacere, una manifestazione motoria che propone al tempo stesso la reminiscenza ed il godimento dell’oggetto perduto.

La Spielrein individuò così tre stadi del soggetto:

1°) Il grido come azione motoria che istituisce il corpo nel suo effetto di ritorno.

2°) La lalingua come ripetizione automatica dell’azione finalizzata al godimento autistico.

3°) La parola come metafora sostitutiva dell’azione con conseguenze sul piano della significazione (Wort Vorstellung) e della maturazione motoria.

La parola mamma, infatti, in tutte le lingue ripropone un suono che prosegue la suzione anche quando è cessata. Il linguaggio si istalla quindi inizialmente come un proseguimento del godimento autistico per essere poi rimpiazzato da una sostituzione simbolica con un effetto di risparmio rappresentato dal fatto che non si passerà più per il succhiare ma per la via del dominio sulla pulsione attraverso l’accesso ad un sapere nuovo.

Questo sapere peculiare si fonda esclusivamente sull’accettazione di una perdita, sull’abbandono di una via vecchia, destinata a cadere nell’oblio, per accedere ad una via nuova. Questo passaggio, inoltre corrisponde ad una progressiva maturazione neurofisiologica, che divide le vie acustiche da quelle fonatorie solo dopo lo splitting tra funzioni percettive e motorie specifiche e l’integrazione delle stesse con funzioni di correlazione con la percezione visiva e lo sguardo.

Alla bocca, prima parte del corpo ad essere sottoposta alla necessità del controllo motorio, seguono altre parti nei diversi tempi della maturazione fonetica: i suoni labiali verrebbero emessi per primi perché la vista del movimento labiale aiuta il bambino a raggiungere una maturazione attraverso l’imitazione mimica.3

Può essere interessante sottolineare che la lingua ebraica indica con la stessa parola labbra e linguaggio, allo stesso modo in cui il tedesco usa Mund per indicare la bocca.

Alle labiali seguono le dentali e man mano i suoni palatali ottenuti con la parte posteriore del palato.

lallazione-300x193La ripetizione è la più elementare struttura di produzione del suono. Le consonanti alternate alle vocali progressivamente emettono le parole primarie: mamma, baba, babbo, papà, dada etc. etc. che indicano le figure familiari e le prime azioni del corpo.

Baba significa vecchia e nonna in tutte le lingue slave, papà è una parola comune a tutte le lingue indoeuropee, pappa, nanna, mammy, dada, tittì ( seno), didì ( sorella), dudù ( ginocchio), nonno, kakè ( cattivo in greco), cacca etc. etc. sono una sequenza che potrebbe dimostrare la fondatezza dell’ipotesi.

Anche per espressioni arcaiche più complesse come mater, madre, matrix (utero), matrice, madrigale etc. etc. si conserverebbe nell’etimologia la possibilità di un valore di ripetizione.4

Possiamo ipotizzare che il bambino moltiplichi le sue possibilità linguistiche con la maturazione motoria, aiutato anche dall’integrazione di stimoli uditivi e da parole onomatopeiche accede poi ad un linguaggio espressivo che è preso nella comunicazione con l’Altro.

Suoni, parole e tracce mnesiche: Trauma, elaborazione, comunicazione

Secondo le moderne teorie sulla plasticità neuronale, concernenti le relazioni che intercorrono tra diversi processi neuronali alla base della conservazione mnesica, il concetto di traccia mnesica consente di trovare nuove correlazioni tra neuroscienze e psicoanalisi, interessanti per costruire una teoria dell’incontro tra suono, parole e corpo.

La questione si snoda intorno a cosa si intende per esperienza soggettiva, vale a dire come si può cogliere la relazione che intercorre tra continuità e contingenza ed in che misura si pensa che l’esperienza possa introdurre modifiche permanenti nella vita dell’uomo.

Freud aveva supposto una prima iscrizione di traccia mnesica trascritta in forma inconscia che aveva definito << Wharnehmungszeichen>> alla quale seguiva una iscrizione in forma preconscia che definì <<Umschrift>>5 ( Scrittura Primaria).

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Per le neuroscienze contemporanee, la traccia è la riattivazione di un gruppo di neuroni che riproduce una stessa esperienza, un atto del soggetto che resta scolpito in un luogo neuronale. La traccia, sostituendosi all’esperienza diretta fornisce al soggetto la possibilità avere un sapere, di attingere ad un certo bagaglio di esperienza. Al di là di questo sapere, le nuove teorie sulla plasticità neuronale, riconoscono che nulla resta rigidamente definito nel tempo grazie alla possibilità dell’essere umano di adattarsi ad infinite nuove esperienze, sino a poter affermare che non ci bagnamo mai nello steso fiume. La contingenza diventa l’incontro con la sorpresa del nuovo, un problema da risolvere per le neuroscienze che dimostrano oggi una certa apertura verso la psicoanalisi, proprio perché questa può articolare meglio con i suoi strumenti il rapporto che intercorre tra identità ed esperienza diacronica per ogni individuo visto nella sua singolarità.

Una traccia mnesica è un’impronta lasciata dall’esperienza. Sia per le neuroscienze che per la psicoanalisi, la rappresentazione si sostituisce all’oggetto che perde importanza mentre prevale la traccia della sua sostituzione e la rappresentazione dell’esperienza nella sua anticipazione simbolica che apre al soggetto possibilità disparate di prenderne atto cioè accedere alla gestione della dinamica del desiderio.

L’appropriazione dell’esperienza, in sintesi, corrisponde all’iscrizione di una traccia (R), associata ad uno stato somatico di piacere o di dispiacere che ne consegue.

Si considera traumatico, l’incontro che si caratterizza per una eccedenza in relazione alla possibilità di tenuta del simbolico, questo elemento “irrappresentabile” che supera la possibilità di sostituzione simbolica che abbiamo definito “traccia” e lascia un resto dell’operazione.

Mentre le prime parole e la lallazione ripropongono un piacere primitivo, ad esempio legato al nutrimento che si riceve dal seno materno, l’iscrizione e la traccia dello stato somatico che ne consegue richiede ancora una corrispondenza tra lo stato somatico (S) con (R), una Vorstellungreprasentanz che fissa definitivamente una relazione tra il vivente ed il linguaggio6.

E’ evidente come le diverse potenzialità espresse nel giudizio di attribuzione anticipata, vincolino il rapporto tra vivente ed esperienza più all’inconscio che alla coscienza, dal momento che nell’anticipazione il soggetto stesso non sa in base a cosa egli stesso scelga, come fondi il suo  giudizio, inevitabilmente gli sfuggono gli elementi simbolici che ne guidano l’atto.

J.Lacan afferma :<< tutti i pensieri, per sua natura, si esercitano per via inconscia>>.7

Egli ha dato il nome di “ Significante” al segno della percezione, al marchio lasciato dall’esperienza nella carne del soggetto, che ne inaugura il suo rapporto con il simbolico. Tale traccia che, va al di là del corpo stesso, comporta l’eco dell’interpretazione inevitabilmente connessa al funzionamento dell’Ordine Simbolico, al caso come alla regola che regna sovrana nel mettere in serie gli elementi discreti di cui è formata una lingua per consentirne un uso sociale.

Canto, incanto e disincanto: Il Mito di Eco e Narciso.

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Il mito di Narciso che rimane incantato nel guardare la propria immagine, e non riesce a cogliere la provenienza della voce che lo raggiunge (Eco) rimanendo intrappolato tra la percezione di uno sguardo accalappiato (che non vede altro che la propria immagine) ed una voce che non sente (con cui non interloquisce), rimanendo preso nel suo silenzio interiore che lo conduce al piacere mortifero, è prototipo dell’uomo moderno, perso nei piaceri solitari, ripetitivo ma poco vivo.

L’autismo infantile, la malattia di Alzheimer, malattie in stima di aumento impressionante secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, prefigur
ano forse questa sorte di regressione all’impossibile ricongiunzione con il piacere fusionale? Il ritorno al silenzio delle pulsioni umane come equilibrio perfetto ma mortifero del soggetto che rinuncia alla propria esistenza?

La musica, come la psicoanalisi, hanno la comune pretesa di favorire un risveglio, rimettere in moto il tempo, accettarne la cesura.

 

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